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11 settembre 1977: il canto del cigno della ticinese Apollon

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11 settembre 1977: il canto del cigno della ticinese Apollon
Di:
, Direttore Responsabile Motorsport.com Switzerland
11 set 2017, 09:18

Quel giorno di quarant’anni fa, con la mancata qualificazione nel Gran Premio d’Italia a Monza, scomparve dalle scene della Formula 1 la singolare monoposto a motore Ford made-in-Lugano di Loris Kessel.

11 settembre 1977, Autodromo Nazionale di Monza. Si consumava quarant’anni fa nell’indifferenza generale, proprio così come oggi nessuno pare serbarne il ricordo, il canto del cigno dell’avventura nel Campionato del Mondo di Formula 1 della Apollon, l’ultima monoposto ticinese e la penultima svizzera mai scesa in pista.

Quella domenica di otto lustri or sono, quando già si stava disputando il Gran Premio d’Italia, i pochi meccanici del Jolly Club of Switzerland imballarono il materiale tecnico che era servito a tentare invano la qualificazione nel quattordicesimo appuntamento della serie iridata e presero per l’ultima volta la strada di Lugano. 

L’iniziativa di una squadra della massima categoria automobilistica interamente radicata nel Canton Ticino era dovuta a Loris Kessel, uno dei più cristallini e veraci costruttori e piloti della Svizzera italiana, che si era appena separato dall’équipe RAM Racing di John McDonald e intendeva togliersi lo sfizio di entrare nel Circus, a mo’ di sfida, con una vettura e una squadra interamente fai-da-te. 

 

Loris Kessel, Apollon Williams FW03 Iso IR3
Loris Kessel, Apollon Williams FW03 Iso IR3

Photo by: Sutton Motorsport Images

Ricevuto un secco no da Frank Williams a una collaborazione con il suo ancora acerbo team (che era peraltro reduce da una separazione più o meno consensuale con il miliardario canadese Walter Wolf), Kessel aveva deciso di acquistare dal patron britannico un vecchio telaio FW03 del 1973, disegnato da John Clarke, dotato di un convenzionale 3 litri, 8 cilindri, Ford Cosworth in versione DFV, attorno ai quali erano montati pneumatici Goodyear standard.

Un aiuto significativo arrivò da un’azienda di orologeria ancora oggi esistente ancorché fondata nel 1974, la Kessel Watch di Dario Kessel, un imprenditore e ingegnere civile che ha avuto un ruolo importante nella nascita dell’aeroporto di Lugano-Agno e tuttora ha in catalogo un prodotto da polso che ricorda l’iniziativa Formula 1.

Ingaggiato un ex progettista Ferrari di grido come l’ingegner Giacomo Caliri, Loris si era impegnato in un’ampia opera di rivisitazione e aggiornamento della macchina, cui impose il nome di “Apollon” in omaggio al dio greco della scienza che illumina l'intelletto (ma soprattutto della casa farmaceutica suo principale patrocinatore...) e la sigla o, meglio, la impegnativa denominazione di “Fly”, che rimandava allo studio di Modena del tecnico catanese.

 

La macchina si presentò subito visivamente diversa dalle altre presenti sui circuiti in quel 1977: l’anteriore era caratterizzato da un naso sorprendentemente lungo e da radiatori collocati direttamente di fronte alla sospensione anteriore, subito dietro l’ala frontale.

Malgrado il nome carico di promesse e la collaborazione del Jolly Club, ormai un’istituzione nel campo dei rally e delle vetture Turismo, la monoposto ticinese non venne ammessa durante la stagione ai Gran Premi del Belgio, Francia, Austria e dei Paesi Bassi, rispettivamente a Zolder, Digione, Zeltweg e Zandvoort, per problemi logistici ignoti, ma sbrigativamente definiti “di trasporto”.

Ci riprovarono a Monza, occasione in cui la penuria di box sul rettilineo principale del tracciato (erano iscritti trentaquattro concorrenti!) e la mancanza di precedenti buon risultati fecero sì che il sodalizio luganese e la monoposto bianca e giallo uovo, individuabile dal numero 41, fossero relegati dagli organizzatori per tutto il week end pressoché all’addiaccio, sotto una tenda nel parco. 

 

Loris Kessel, Apollon Williams FW03 Iso IR3
Loris Kessel, Apollon Williams FW03 Iso IR3

Photo by: Sutton Motorsport Images

Il sogno tutto ticinese finì il sabato con uno spettacolare incidente nelle prove di qualifica, che indusse Loris Kessel e i suoi uomini ad alzare bianca: il tempo di 1’46”68, pur non rappresentando quello del fanalino di coda (trentatreesimo dinanzi alla Brabham-Alfa Romeo del Martini Racing di Giorgio Francia, ultimo con 1’49”67), collocò pilota e squadra del Ceresio a ben otto secondi e sessanta centesimi di ritardo dal poleman, che in quell’occasione fu il grande James Hunt al volante della McLaren M23-Ford ufficiale. 

Il materiale superstite della Apollon-Ford e del Jolly Club of Switzerland, recuperato dal paddock del Gran Premio d’Italia del 1977, restò a lungo a impolverarsi nei magazzini del garage Kessel Auto finché non venne distrutto da un incendio sviluppatosi verso metà pomeriggio del 2 settembre 2003, ventisei anni più tardi.

Purtroppo, dell’unica e probabilmente ultima avventura tutta ticinese nel Campionato del Mondo di Formula 1, eccezion fatta per la memoria dell’ingegner Giacomo Caliri, ormai classe 1940, non sono rimasti neppure il ricordo e le intime emozioni di Loris Kessel, che ne fu l’artefice e venne strappato alla vita il 15 maggio 2010 in una clinica di Montagnola da una grave forma di leucemia... 

 

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