Max Papis racconta la sua America

Max Papis racconta la sua America

Allo stand della Gazzetta dello Sport il varesino ha risposto alle domande degli appassionati

Max Papis e' passato dal Motor Show, e lo ha fatto affascinando tutti. Intervistato allo stand della Gazzetta dello Sport, ha incontrato gli appassionati rispondendo con simpatia e grande umanità alle loro domande, che hanno spaziato sia sull'automobilismo Usa che sul motorsport in generale, descrivendo ai presenti il suo mondo a stelle e strisce. "Sono passato stamattina a Bologna prima di tornare domani a Charlotte, in North Carolina, dove vivo con mia moglie ed i miei due figli Marco e Matteo. Per me e' un grandissimo onore rappresentare l'Italia nella Nascar, una categoria fantastica con 36 gare all'anno e duecentomila spettatori ogni weekend, secondo sport in America per interesse, dietro solo il football NFL e davanti di molto alla NBA. Uno sport incredibile, differenti dalla Formula 1, con macchine che hanno 900 cavalli. Il mio obiettivo e' essere il primo italiano a vincere nella categoria, io sono riuscito a vincere un po' da tutte le parti e voglio salire sul gradino più alto del podio sempre con la bandiera italiana e ci stiamo lavorando." In tutte le gare che hai affrontato, quali le tue emozioni principali prima della partenza? "Prima di ogni gara hai sempre un po' di tensione, sopratutto quando ero più giovane, come agli inizi della mia carriera in in Formula 3, il cuore batteva a scheggia e facevo veramente fatica a stare calmo. Ora con gli anni vedo le cose con più calma, grazie anche alla mia famiglia che mi da serenità, ma sicuramente la tensione agonistica e' sempre altissima perché vuoi fare il meglio per te stesso e per il team. Per farvi capire, le squadre della Nascar sono della grandezza dei Formula 1: la mia squadra per cui faccio i test, quella dove corrono Jeff Gordon e Jimmie Johnson, sono squadre da quattrocento persone, sono business grandissimi ma con grande umanità. Sulla griglia di partenza hai sempre un attimo di trepidazione ma quando accendo il motore... basta!" In futuro la Nascar può diventare uno sport importante anche in Italia o se invece secondo te non avrà mai futuro? "La Nascar ha voluto tantissimo che venissi in Italia per farvi vedere che cosa e' questo sport. Una macchina da 900 cavalli, tanta umanità dietro alle corse, un tipo di gare dove con 40 euro puoi venire in tribuna a vedere me e tutti più grandi piloti della Nascar. Dopo l'entusiasmo che i tifosi hanno fatto vedere a Monza, abbiamo avuto un riscontro incredibile, non me lo aspettavo, e' stato incredibile!" A Monza hai portato in macchina a fare un giro Alessandro Zanardi, che dopo un paio di giorni era ancora emozionato da quella macchina e quel motore. Raccontaci come e' andata. "Alessandro e' il mio secondo fratello, siamo cresciuti assieme, ci conosciamo da quando abbiamo quattordici anni, e' il padrino di mio figlio, e ci tenevo a far capire a lui perché sono cosi tanto concentrato sul mio obiettivo Nascar. E' sceso dalla macchina con un sorriso incredibile e mi ha detto "Pensavo di aver guidato delle auto turismo fino ad ora, ma invece ho guidato dei gran cessi!". Sicuramente con 900 cavalli, entrare in Parabolica a 280 all'ora. e' una sensazione... Alessandro mi ha detto "Era dalla volta che avevo messo il mio sedere sulla Arrows per la prima volta che non avevo questa sensazione di velocità e di una macchina da domare". E' questo che io amo della Nascar, un mondo molto speciale, molto umano, dove la tecnologia e' impiegata nel costruire la vettura ma non e' in quantità esagerata. I sogni sono costruiti sulle persone, per sviluppare l'opportunità di avere il meglio del meglio della persona, perché e' la persona che fa la differenza. Io lo dico sempre che le macchine sono importanti, ma non cambia vedere se cambi al volante in 3 millisecondi o se usi la leva. A me piace vedere lo spettacolo e delle gare combattute e queste ci sono quandola differenza tra i primi e gli ultimi e poco. Nella Nascar sugli stradali tipo Watkins Glen tra i primo e il quarantatreesimo c'è meno di un secondo, e tra il quarantatreesimo ed il cinquantesimo, che sono quelli che non si qualificano, ci sono uno o due decimi di secondo. La cosa che più amo del mio mondo americano della Nascar e' che voi potete vedere questo mondo da vicino: quando io avevo dodici anni ancora mi ricordo i piloti di F1 che mi hanno firmato un autografo e quelli che non me lo hanno firmato. Oggi la F1 e' cambiata, una volta era più umana. Io credo che lo spettacolo debba essere fatto dalle persone che vengono a vedere e devono divertirsi. Piu tieni le persone lontane e meno l'automobilismo e' umano. Io sognavo quando avevo dodici anni, oggi e' molto più difficile farlo con la F1." Tra tutte le gare che hai fatto, qual'è quella che ti ha emozionato di più? "E' difficile dare una priorità, il mio cuore e legato molto a Daytona, sia alla 24 Ore che la 500 Miglia, che ad Indianapolis. Dovete capire che quando ti presenti in pista alla 500 Miglia di Indy e ti ritrovi con quattrocentomila persone sulle tribune a vedere la gara alla domenica e' una emozione unica. Dentro di me sono un tifoso, il mio cuore e' come il vostro. Ho avuto la fortuna di poter raggiungere i miei obiettivi e guidare quello che ho guidato, ma per me la cosa più bella e' vedere l'entusiasmo di quei quattrocentomila spettatori prima della partenza, il rumore, i colori.. e' ovvio che poi quando parte la gara e chiudo la visiera poi non vedo più niente, ma comunque Daytona e Monza sono le piste che sento più vicine al mio cuore." Cosa si prova quando succede un incidente e ti trovi a passare ad alta velocità in mezzo al fumo? "Se voi avete visto Days of Thunder, il film di Tom Cruise, e' un po' una parodia, ma e molto simile a quello. Intanto le gare su ovale sono tutto fuorché gare noiose, e' come essere a Lesmo 2 o all'Eau Rouge ogni 8 secondi, col grip che cambia quando tu entri a 350 all'ora e hai come velocità minima 280... tanto che quest'anno Kimi Raikkonen e' venuto in America a fare due gare di truck e si e' qualificato 28esimo e 32esimo ed ha concluso 21esimo e 18esimo, poi non si e' più presentato. Non perché non sia capace, ma per farti capire la difficoltà ed il livello dei piloti, che qui non sono conosciuti ma che sono delle leggende negli Stati Uniti, dove sono molto rispettati. Questo per farvi capire il livello della competizione. Nella Nascar in ogni pista abbiamo uno spotter, che e' una persona in cima alle tribune che parla continuamente con te via radio, che e' un altro paio di occhi oltre ai tuoi che ti aiuta a guidare la vettura e sapere chi c'è dietro, davanti, di fianco. Questo perché a 350 all'ora tu senti l'aria, che ti spingono, ma e' difficile capire che accade. Se ci sono degli incidenti la prima cosa che faccio e' ascoltare il mio spotter, che mi dice se rimanere dove sono, se andare verso l'interno o verso l'esterno, e poi seguo il tuo istinto. Quello che noi diciamo e' che appena la macchina inizia a partire, fino ad un certo angolo di sterzata provi a correggerla, oltre a quello giri tutto il volante dall'altra parte per cercare di evitare il muro. Quando la macchina parte un'altra cosa da fare e' schiacciare il pedale dell'acceleratore, perché molte volte tra l'inerzia, il grip e l'aria che ti schiaccia ogni tanto la macchina si raddrizza. Ci sono un sacco di tecniche diverse, che sono anche applicabili anche in Formula 1. Gli incidenti ed i testacoda in un ovale sono parte di quello che succede, ma c'è grandissima sicurezza in America sugli ovali: non ci sono più i muri in cemento ma ora ci sono i soft wall, che e' tipo un airbag per le moto, poi il mio cockpit e' come avere un telaio di F1 all'interno di una gabbia. Ovviamente la sicurezza non potrà mai essere al 100%, ma hanno fatto grandissimi passi avanti. Io mi sento più sicuro a salire sul mio truck a 300 Km/h di media che fare la Milano-Bologna a 150 km/h." Quando e come hai capito che il mondo delle corse sarebbe stato il tuo futuro? "Io sono nato in un paesino da 800 persone vicino Varese. Mio padre aveva una passione per le corse, ma non c'e una ragione particolare per cui io sono qui se non la mia determinazione. Ho sempre voluto dimostrare a me stesso che potevo farcela. Il primo istinto l'ho avuto intorno ai 17/18 anni, quando in kart ho vinto il Campionato Intercontinentale e correvo contro gente come Schumacher e tanti altri ragazzi, ed allora ho capito che in automobilismo potevo fare bene. La volta in cui veramente ho capito che poteva diventare il mio lavoro e' stato quando sono arrivato in America. In F1 ci sono arrivato spendendo tutti i soldi che avevo guadagnato nella mia carriera, tra F3 e kart avevo guadagnato oltre quattrocentomila dollari e ho staccato un assegno per andare a correre perché non avevo abbastanza budget. Purtroppo pero ho lavorato come una persona come Jacky Oliver, il proprietario della Arrows, che ha avuto zero rispetto per me e per i miei sentimenti e che ha quasi distrutto il sogno di un ragazzo. Quello che l'automobilismo mi ha insegnato e' che bisogna sempre avere la forza di rialzarsi: questo e' quello che io ho fatto nella mia carriera. Quando correvo in Formula 3 forse c'erano anche tanti ragazzi che forse avevano anche un po' più di talento di me, ma sono rimasti qui e io invece sono riuscito a fare dell'automobilismo il mio lavoro perché li ho surclassati con la volontà e la capacita di lavorare e di migliorare me stesso." Dopo il dramma di Dan Wheldon, alcuni tuoi colleghi sostengono che l'Indycar non dovrebbe più correre sugli ovali, e gira la voce che ce ne saranno solo cinque nel calendario 2012. Qual'è il tuo pensiero a riguardo? "L'Indycar che guidavo io e' completamente diversa da queste macchine. Quelle di una volta erano molto piu potenti e non potevi guidare su un ovale col piede tutto giù. Con quello che e successo a Las Vegas, bisogna ringraziare l'Ingegner Dallara che ha costruito delle macchine sicurissime, altrimenti non ci sarebbe stato un funerale solo, bensì quattro o cinque. Il problema e' intrinseco nella Indycar e nelle loro gare. Sugli ovali da un miglio e mezzo secondo me le vetture a ruote scoperte non possono correre. Adesso tu esci dal box e non alzi il piede dall'acceleratore fino alla bandiera a scacchi, e questa non e' gara. Tu ti trovi di fianco delle vetture guidate da piloti che non hanno esperienza, e siccome la vettura e' relativamente facile da guidare si sentono di saper guidare sugli ovali e fanno quello che facciamo noi in Nascar con le loro vetture a ruote scoperte. Quello che e' successo a Dan Wheldon e' il frutto di anni e anni di "tirare la cinghia": Kenny Brack e' quasi morto a Texas, Ryan Briscoe ci ha messo un anno e mezzo per recuperare... tanti segnali, che però hanno sempre fatto finta di non vedere. Il venerdì mattina io ho parlato con Wheldon e con Dario Franchitti ed entrambi mi hanno detto "Odio Las Vegas. Tu puoi salire domattina senza aver mai guidato una Indycar per tre anni e uscire primo". Secondo me l'Indycar non andrà più sugli ovali da un miglio e mezzo fino a quando non verrà trovata una soluzione, che sarà molto difficile da trovare, e andranno solo sugli ovali corti dove devi frenare. L'Indycar di oggi, rispetto a quando correvamo io e Alex Zanardi ed era la categoria regina assieme alla Nascar, i migliori piloti turismo correvano in Nascar e i migliori a ruote scoperte correvano in Indycar. Ora invece vale un decimo delle gare di Sprint Cup. E' praticamente non seguita e quindi non hanno fondi, non hanno le persone all'altezza per sviluppare quello che serve. Fino a quando io sarò in vita non tornerà più quello che era quando io sono arrivato e feci il mio primo drivers meeting e avevo attorno a me Mario Andretti, Michael Andretti, Al Unser Jr, Bobby Rahal, Alex Zanardi... ora ci sono tanti bravi piloti, ma che non hanno carisma." Il budget dei piloti dei top team e' diverso, magari più alto, rispetto a quelli europei? "Sul sito Nascar puoi leggere quanto ogni macchina ha guadagnato in una stagione coi premi gara, perché ogni macchina, dalla prima alla quarantatreesima, guadagna soldi e solo partendo e' pagata. Il budget dei top team tipo Handrick Motorsport, per una stagione di 36 gare, e' tra gli otto ed i dieci milioni di dollari. Poi magari lo sponsor ne investe altri dieci per "attivare", cioè con iniziative di co-marketing rivolte al pubblico. Poi lo sponsor partecipa nei premi gara e nella vendita del merchandising. Alla fine dell'anno la maggior parte degli sponsor guadagna anziché rimetterci, e in più ha i vantaggi dell'esposizione televisiva. Abituati come siamo qui con la gente costretta ad inventarsi di tutto per poter andare a correre, la' invece porti uno sponsor italiano o europeo e gli dici che non solo gli dai una esposizione di cinque milioni di spettatori a weekend in tv e duecentocinquantamila spettatori in pista, ma gli dai anche possibilità di fare business." Tony Stewart ha vinto il titolo quest'anno, quanto ha vinto come premi gara? "Il campione Sprint Cup di quest'anno ha portato a casa quasi dieci milioni, e lo puoi leggere esattamente sul sito Nascar.com, non sono segreti. Questo mi piace dell'America: e' un mondo che ti da grandi opportunità. Ha dato una opportunità a me, che sono arrivato dal niente e non sapevano nemmeno il mio nome. Mi hanno dato una chance basata sulle mie capacita, hanno visto il mio valore di pilota e hanno fatto un investimento, che pero non era al buio perché se fosse andata bene avrebbe portato loro dei soldi." Pensi mai alle due ruote? "Io ho iniziato con le moto. Poi sono passato sui kart, non ricordo bene perché, forse perché avevo la pista vicina a casa, ma io mi sento molto più vicino alla mentalità dei motociclisti europei piuttosto che a quella delle macchine, forse perché e' cosi anche il mondo americano, che e' più disponibile. Le ultime due gare e al Rally di Monza ho corso con un casco dedicato a Marco Simoncelli. Due giorni fa sono andato a trovare Paolo, il papa di Marco, gli ho presentato il mio casco, e lui ha fatto quello che avrei fatto anche io: mi hanno aperto la casa, siamo andati a prendere assieme un caffè, abbiamo parlato di macchine, di vita, di tante cose... Adesso forse sono un po' vecchio per poter correre da professionista in moto, ma martedì ero in pista su un tracciato di kart con la Supermotard, perché io mi diverto da morire con le moto e a casa ho una Harley-Davidson e una Ducati e le guido durante l'estate. Anzi, ho dovuto lottare nei miei contratti per togliere quelle clausole che mi impedivano di poter guidare le moto, cosi come già avevo fatto per poter mantenere i colori del mio casco, che avevamo inventato con mio fratello quando ero bambino e che voglio che siano con me tutta la mia vita."

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A proposito di questo articolo
Campionati NASCAR Truck
Piloti Max Papis
Articolo di tipo Ultime notizie