Tomizawa: non c'è più il rispetto per la morte

Tomizawa: non c'è più il rispetto per la morte

Lo spettacolo va avanti anche se bisognerebbe fermarsi a riflettere, prima di ripartire

Oggi è terribilmente di moda dare alla gente ciò che essa vuole. Le scelte di governo vengono dettate dai sondaggi, i programmi televisivi trash stanno erodendo gli spazi informativi per inseguire gli ascolti, i grandi numeri, lo share. La pubblicità, gli affari. E chi crede che il mondo dello sport sia estraneo a questo modo di pensare e di agire si sbaglia di grosso. Ieri pomeriggio il Motomondiale ne ha dato un prova lampante, vergognosa. Lo spettacolo non si è fermato. É morto Shoya Tomizawa: un giovane di 19 anni che passerà alla storia per essere stato il primo pilota ad aver vinto una gara della Moto 2 e per essere stato investito da due colleghi in piena velocità, mentre rotolava sulla pista come un pupazzo. Era un uomo ed è stato preso come uno straccio. Non è stata interrotta la corsa con la bandiera rossa, si è voluto andare avanti. Le condizioni di Shoya erano subito parse gravissime: in quelle condizioni l'ideale è stabilizzare il ferito sul posto. Certo c'era l'ambulanza nella via di fuga. E allora si è portato il ferito all'ambulanza (facendolo anche scivolare dalla barella), non l'ambulanza al pilota. Follia pura. Eppure i soloni del Motomondiale hanno difeso le loro scelte: il medico, il direttore di corsa, l'addetto alla sicurezza. La corporazione si è serrata nei ranghi, seguendo le procedure, senza capire che davanti ai loro occhi stava accadendo un qualcosa di drammaticamente ineludibile e non c'era regola che tenesse: bisognava fermare tutto! E poi si è preso tempo a trasferire quel povero ragazzo giapponese all'ospedale di Riccione: da quando è stato caricato sull'ambulanza dal Centro Medico c'è voluta un'eternità prima che l'autista si muovesse. Shoya stava lottando con la morte: il suo corpo straziato era troppo martoriato. Ed erano solo le "macchine" a tenerlo ancora legato a questo mondo in modo artificiale. È spirato in ospedale, quando la Moto Gp era già partita. Lo spettacolo non si è fermato, perché è quello che la gente voleva. L'ipocrisia è andata avanti per tutta la corsa e solo in pit-lane Carmelo Ezpeleta, il boss della Dorna, è andato ad avvisare i piloti che c'era stata una tragedia prima che salissero sul podio. Non è servito a niente: i campioni sono stati gli unici ad esprimere un atteggiamento adeguato al brutto momento. Si è visto all'improviso nel loro sguardo il gelo, la pietrificazione delle emozioni. Hanno capito in un istante e si sono sentite voci roche e occhi lucidi. Non per finta commozione, ma forse per aver pensato: poteva toccare anche a me. Si poteva evitare una cerimonia di premiazione in cui alcuni meccanici hanno festeggiato il risultato sorridendo. Si poteva evitare che i tifosi più beceri (ma erano solo beceri?) fischiassero Lorenzo per idolatrare Valentino? Si poteva evitare che si facesse festa comunque, perché non c'era più niente da festeggiare. Evidentemente non interessava che ci fosse un morto. Si poteva dedicare un minuto di raccoglimento. Un pensiero o una preghiera per quel ragazzo giapponese che non aveva la vocazione del kamikaze, ma solo la passione per le corse. Questa generazione di piloti è cresciuta senza la paura della morte. Un tempo quelli che iniziavano la stagione sapevano che qualcuno non l'avrebbe mai finita. Magari pensavano che non sarebbe toccato a loro, ma convivevano con quella presenza inquietante, pur negando la paura. In sette giorni il Motomondiale ha scoperto che la morte non resta fuori dal paddock: ci ha preso un bambino di 13 anni a Indianapolis in una gara di contorno e ieri Tomizawa a Misano. Due incidenti raggelanti e terribilmente simili nella dinamica. Proprio quegli incidenti in cui non si può fare niente, dove il destino gioca la sua carta più beffarda. De Angelis e Redding vivranno con un senso di colpa, ma senza aver alcuna responsabilità. Bisognerà aiutare anche loro due a riprendere un'esistenza normale. Ma non si può girare la testa dall'altra parte per far finta che non sia successo niente: ci vuole il rispetto dei morti, avendo il coraggio di fermarsi. Prima di ripartire, ovviamente. Per riflettere e domandarsi se si è fatto tutto il possibile per Tomizawa, per migliorare quelle maledette procedure (e cambiarle), per non abbassare mai la guardia, perché quella della sicurezza non è mai una gara vinta...

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A proposito di questo articolo
Campionati Moto2
Piloti Shoya Tomizawa
Articolo di tipo Ultime notizie