L'eredità di Michele Alboreto, un campione da ricordare

L'eredità di Michele Alboreto, un campione da ricordare

Nel decennale della sua scomparsa è giusto rimarcare i meriti che non sono solo sportivi

La passione ce l'aveva nel cuore. Era un pilota professionista, ma le corse facevano parte del suo modo di vivere e di pensare. L'entusiasmo del giovane Michele che si mette in luce in Formula Monza nel 1976 con la monoposto della Scuderia Salvati era lo stesso dell'uomo maturo pronto nel 2001 a inseguire la seconda vittoria alla 24 Ore di Le Mans, dando concretezza all'avventura con l'Audi che, probabilmente, sarebbe stata anche l'ultima di una carriera da incorniciare. La chiusura in bellezza, invece, è stata recisa dalla tragedia: sono già trascorsi dieci anni e sembra ieri. 25 aprile 2001: Lausitzring. Germania. Una gomma posteriore perde lentamente pressione per una foratura e la nera sport dei quattro anelli, un bolide progettato per correre radente l'asfalto, si accuccia nel retrotreno e per quell'assetto all'improvviso cabrato prende troppa aria sotto la vettura e decolla come un razzo senza controllo, proprio nel tratto più veloce del tracciato tedesco. La R8 vola, si capota. Per Michele Alboreto non c'è scampo. In un attimo la cronaca diventa storia. Il destino chiude troppo in fretta i conti con una campione che ha dato più di quanto non abbia ricevuto dall'automobilismo. Ce lo porta via, strappandolo alla moglie Nadia e alla famiglia, durante un test. Ci sono piloti che, se possono, evitano i collaudi. Non il pilota milanese. Era stato scelto per la sua capacità di trasferire infomazioni puntuali e precise ai tecnici per fare crescere la vettura più in fretta. È in quelle situazioni che il bagaglio di esperienza conta tanto quanto la velocità. E Michele è stato un pilota veloce, velocissimo. Aveva conquistato la fiducia di Enzo Ferrari che l'aveva voluto a Maranello nella piena consapevolezza di farne il primo pilota italiano dopo Ascari a diventare campione del mondo di F.1. Il Grande Vecchio aveva una simpatia quasi paterna per quel giovanotto dal tratto educato e serio che era stato capace di imporsi con una Tyrrell. Alboreto l'agognato titolo non l'ha mai vinto, nonostante sia stato in testa al campionato fino a metà 1985 con pieno merito. È stato tradito dalla Rossa che aveva perso la sua affidabilità e per troppe volte lo aveva lasciato a piedi nei momenti decisivi. I travagli del Cavallino erano diventati i suoi. Con la scomparsa del Drake nel 1988 si era esaurita una storia irripetibile, ma aveva voluto rimanere nel Circus: di nuovo Tyrrell, poi Larousse, Footwork, Bms Scuderia Italia, Minardi. Con monoposto meno competitive era spesso relegato alle posizioni di rincalzo, ma appena le condizioni di gara si facevano difficili sapeva tornare a galla con la sua classe. L'incantesimo ha funzionato fino al Gp di San Marino del 1994 che ci ha portato via Ayrton Senna e Roland Ratzenberger. Sembrava l'apocalisse: anche Michele non ne è indenne. Durante il pit stop una gomma posteriore mal fissata sulla sua Minardi si stacca e come un proiettile impazzito ferisce cinque meccanici seminando il panico nei box con medici ed ambulanze che soccorrono i feriti mentre la corsa prosegue. Una follia collettiva che Michele biasima (è da allora che è stata resa obbligatoria una velocità massima in pit lane) e dalla quale si sente ormai estraneo. Ma le corse non sono solo la F.1: DTM, Indycar, ALMS e la mitica 24 Ore di Le Mans. Nel 1997 arriva il successo nella maratona della Sarthe con la TWR- Porsche della Joest Racing condivisa con Stefan Johansson (ex compagno di squadra alla Ferrari) e Tom Kristensen, una perla che impreziosisce i cinque Gp di F.1 conquistati. La passione di Michele non si limitava al correre: ha scritto articoli per giornali e riviste, ma in particolare si è dedicato alla promozione dei giovani piloti, ricordando quanta fatica aveva dovuto fare per uscire dalle formule addestrative. È entrato nella CSAI per combatterne l'imperante burocrazia dal di dentro. Mettendoci la faccia. Sembrava Don Chisciotte contro i mulini a vento per quanto era inconsistente la Federazione dell'epoca, eppure proprio Alboreto ha imposto una rivoluzione che, seppur nel tempo, ha portato alla nascita della Formula Azzura, prima, e della Formula Abarth, oggi, due categorie scuola che stanno allevando una nuova generazione di ragazzi di talento. L'eredità di Michele raccolta da Ivan Capelli e Gian Carlo Minardi inizia ad esprimere i suoi frutti: e se fra qualche anno avremo un erede di Trulli e Liuzzi nel Circus, il merito sarà da ascrivere principalmente al campione milanese che ci ha indicato il cammino da percorrere. Grazie Michele...

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Campionati Formula 1
Articolo di tipo Ultime notizie