La lezione delle gomme morbide di Mark

La lezione delle gomme morbide di Mark

Come mai computer e simulazioni non avevano previsto una durata così prestazionale?

Mark Webber è certamente un pilota sottostimato. Ieri l'australiano ha dato un saggio delle sue qualità: ha vinto meritatamente il Gp di Ungheria collezionando la sesta affermazione in Formula 1 con una Red Bull Rb6 nettamente superiore a qualsiasi altra concorrenza, Ferrari compresa. Mark è stato molto bravo a disputare 43 giri con le gomme morbide, mentre quasi tutti gli altri avversari si sono fermati ai box intorno al 15. giro sfruttando la safety car che era entrata in pista per togliere dei detriti. L'australiano ha macinato giro dopo giro a tempi da record, dimostrando di saper mantenere molto alta la soglia della concentrazione se commettere alcun errore che potesse compromettere la sua cavalcata solitaria. Indubbiamente Webber ha segnato una bella pagina nel libro della sua carriera, ma viene legittimamente da chiedersi cosa ci stanno a fare così tanti ingegneri ai box a studiare per ore al computer tattiche e strategie se nessuno ha capito che le gomme morbide della Bridgestone erano in grado di durare i due terzi della corsa, senza accusare il previsto degrado, né il calo prestazionale. Jean Alesi, pilota esperto che in carriera ne ha viste di tutti i colori, nel commento Rai l'ha detto chiaramente che l'Ungheria è una pista che permette di rischiare l'uso delle coperture a mescola più morbida, ma nessuno tranne Webber e la Red Bull ci hanno pensato. Rubens Barrichello è rimasto in pista 56 giri prima di fare il pit stop, ma il brasiliano aveva deciso di partire con le gomme dure. E allora viene il dubbio che i super computer, le simulazioni, gli studi algoritmici in realtà portano tutti in un'unica direzione, togliendo genio e fantasia. Webber (e la Red Bull) ha azzardato una scelta che sembrava pazzesca e che invece si è rivelata vincente. Siamo proprio sicuri che il computer sia in grado di dare sempre tutte le risposte? Evidentemente no, perché non estremizza le scelte, ma le ottimizza. Certo era un rischio grande quello che Mark si è preso, ma se restava dov'era non avrebbe vinto il Gp, restando dietro alla Ferrari. In Formula 1 si deve trarre il massimo dalla prestazione di una monoposto, altrimenti è impensabile imporsi. E la squadra di Milton Keynes è sicuramente quella che più di altre riesce a trovare soluzione per estremizzare concetti e prestazioni per restare sempre al top...

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A proposito di questo articolo
Campionati Formula 1
Evento Gran Premio di Ungheria
Circuito Hungaroring
Piloti Mark Webber
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