Hamilton sette volte re: la forza del talento e della mente

Lewis festeggia a Istanbul il settimo titolo mondiale piloti eguagliando il record di Michael Schumacher. L'inglese suggella il titolo con una gara che ha esaltato il suo talento naturale sul bagnato mettendo in luce una sorprendente forza mentale che gli permette di non commettere gravi errori o grandi scorrettezze. L'inglese non ha perso la voglia di lottare e promette di essere in pista anche in futuro, certo di avere altri traguardi da inseguire.

Hamilton sette volte re: la forza del talento e della mente

Ora anche l’aritmetica certifica ciò che la pista ha reso chiaro da tempo. Lewis Hamilton è arrivato a quota sette titoli Mondiali, un’altra tessera in un mosaico di record disintegrati che collocano questo pilota sulla vetta assoluta della Formula 1.

I ‘Sette Mondiali’ sono statisticamente tutti uguali, ma questo è un limite dei numeri, capaci di fornire subito una fotografia generale ma non di scavare nelle storie che hanno portato ad ogni singolo trionfo.

Gli ‘allori’ di Hamilton sono cavalcate trionfali, ma le qualità che hanno portato Hamilton al successo nel 2020 non sono le stesse che hanno fatto la differenza nella corsa al titolo 2008. Se mettessimo a confronto il Lewis che oggi ha vinto a Istanbul con la versione di dodici anni fa, quello ‘tatuato’ prenderebbe la paga in qualifica per poi rifarsi in gara in modo inesorabile, come ha fatto oggi a Istanbul.

È il risultato di un lungo lavoro su sé stesso che Lewis Hamilton ha instancabilmente portato avanti nel corso degli anni. Una crescita progressiva, che ha visto il picco più alto nei mesi successivi alla sconfitta nel Mondiale 2016 subita da parte di Nico Rosberg, il momento più doloroso nella carriera di Lewis.

Il lavoro su sé stesso è stata la svolta

Ma senza lo smacco subito da Rosberg, non avremmo mai visto questo Hamilton, una ‘macchina’ perfetta in grado di macinare chilometri e demolire record. Guida una Mercedes, ovvio, ma ci sono due aspetti da tenere in considerazione: il ruolo che Lewis ha avuto nella crescita di questa squadra e il valore aggiunto che ha sempre confermato in pista.

Nessuno, neanche la Mercedes, paga un pilota cinquanta milioni di dollari l’anno senza avere una contropartita di uguale valore, che Lewis serve sul piatto puntualmente ogni volta che è chiamato a fare la differenza. È successo più volte di quanto si è portati a credere, in alcuni casi in modo evidente (come oggi in Turchia) in altre occasioni più sotto traccia.

L’Hamilton versione 2017-2020 è un pilota error-free, immune da errori in ogni condizione, con una capacità unica (tra i piloti in pista oggi) nel saper preparare e leggere la gara.

La sua forza sta anche nell’aver capito che con il trascorrere degli anni ha lasciato per strada un paio di decimi al giro, soprattutto in qualifica. È stato un passaggio importante, probabilmente cruciale per la crescita di Hamilton, perché la consapevolezza di non poter contare solo su un talento purissimo, come nei suoi primi anni in McLaren, lo ha portato a sviluppare altre qualità e ad ottimizzare aspetti che nei primi anni di Formula 1 ha sottovalutato.

“Quando ho avuto Lewis come compagno di squadra ci ho messo poco a capire che in qualifica era velocissimo – ha spiegato Jenson Button – come può essere il caso oggi di Bottas. Ovviamente la sua performance era ottima anche in gara, ma nell’arco di un Gran Premio commetteva degli errori proprio perché spingeva in ogni singolo giro senza avere una visione della gara, e finiva col distruggere le gomme, consumare troppa benzina o complicarsi la vita con strategie sbagliate. Oggi Lewis è un pilota completamente diverso, in grado di ottimizzare al massimo il lavoro con gli ingegneri, curare ogni dettaglio, sfruttare al meglio le gomme, intuire la strategia migliore e… non sbaglia davvero più!”.

La forza mentale distingue i campioni dagli ottimi piloti, è accaduto in passato e accade ancora oggi. Questa differenza si manifesta in modo differente rispetto al passato, perché diverse sono le difficoltà che i piloti devono affrontare. Hamilton ha alzato molto l’asticella sotto questo aspetto, lavorando per prima cosa su sé stesso ed in seconda battuta sugli aspetti tecnici.

È un peccato che negli ultimi due anni Lewis non abbia trovato un avversario in grado di valorizzare al massimo le sue imprese, che dai suoi detrattori (già, esistono ancora…) vengono liquidate con l’analisi più semplicistica e incompetente: “guida una Mercedes stellare”.

Campione senza ‘macchie’

C’è un altro aspetto che spicca nella carriera di Lewis, ed è la mancanza di quei colpi proibiti che spiccano sempre, o quasi sempre, nei curriculum dei campionissimi. I titoli di Hamilton sono tutti “in style”, come ama ricordargli il suo ingegnere di pista Peter Bonnington, e come Lewis pretende da sé stesso. Un rapporto speciale, quello tra l’Hamilton pilota e il Lewis uomo, che oggi prima di scendere dalla monoposto si è preso del tempo.

Per ringraziare, ricordare ed assaporare un momento unico. C’è chi ha interpretato il gesto come quello di un pilota che potrebbe anche essere ai titoli di coda di una carriera stellare, ma non è così.

Lewis andrà avanti ancora, la domanda al massimo è per quanto. “Mi sento come se avessi iniziato ora – ha chiarito Lewis sul podio –fisicamente e mentalmente non sono mai stato meglio”. Gli avversari sono avvisati, ancora per un po' per raggiungere i massimi obiettivi dovranno per prima cosa vedersela con un pilota destinato ad essere molto di più del migliore della sua generazione.

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