Ciao Jules, la F.1 scopre di non essere invulnerabile

Ciao Jules, la F.1 scopre di non essere invulnerabile

La scomparsa di Bianchi riporta la morte nel Circus, perché il rischio non si può (e non si deve) cancellare del tutto

La Formula 1 rimette i piedi per terra. L’illusione è finita. Resta il dolore. Una ferita che non si è mai rimarginata da quel maledetto 5 ottobre 2014. Jules Bianchi si è arreso. Ha lottato come un leone perché il suo fisico, integro, non accettava che si spegnesse la “lampadina”: da nove mesi il pilota francese della Marussia era in coma per un trauma cranico assonale. Poi è stato il buio. Profondo. Per la famiglia è arrivata la fine di un incubo, vissuto fra speranze e delusioni. Straziante. Perché al dramma del Gp del Giappone ha fatto seguito questa lunga fase di… sospensione. In attesa di un miracolo che non c’è stato. La gravità della situazione era parsa chiara dall’inizio, non è mai stata nascosta. È stato fatto il possibile e anche l’impossibile. Non è bastato. Purtroppo.

MOTORSPORT IS DANGEROUS
Il mondo dei Gp, che si prepara a riprendere la stagione in Ungheria dove si avvierà la seconda parte del campionato 2015, scopre di non essere invulnerabile. Affatto. Motorsport is dangerous, scrivono sui pass gli inglesi per non dimenticare che il rischio fa parte delle corse. Ma, per loro fortuna, questa generazione di piloti non aveva mai visto dei colleghi morire in pista. Era dalla tragedia di Ayrton Senna nel Gp di San Marino 1994 che non si è più registrato un evento luttuoso durante una gara del mondiale. La fine di “Magic”, il più grande, aveva segnato la fine di un’epoca nel Circus, aprendo un nuovo ciclo della Formula 1 votato alla ricerca della massima sicurezza. E la tecnologia ha preso sempre più il sopravvento sull’uomo. Le procedure, i sistemi, le simulazioni hanno cambiato il modo di guidare in un Gp: il pilota non può azzardare un sorpasso quando se lo sente o se lo prepara, ma quando è nella finestra giusta per andare all’attacco, altrimenti rischia di compromettere le gomme o i consumi. Demenziale!

MONOPOSTO SICURE E PISTE CON VIE DI FUGA INFINITE
Sono cambiate le monoposto (basta ricordare il botto di Robert Kubica nel Gp del Canada dal quale il polacco uscì praticamente incolume), sono cambiate le piste con vie di fuga enormi che nel tempo hanno anche sostituito i letti di ghiaia con l’asfalto, allontanando sempre più gli spettatori dal bordo pista, al punto che preferiscono guardare i Gp in televisione, piuttosto che dal vivo. È una Formula 1 molto diversa da quella di Ayrton Senna. La paura è un termine che non fa parte del vocabolario dell’ultima generazione di piloti. E, forse, sta perdendo valore anche la parola coraggio.

REGAZZONI E MANSELL DUE CAMPIONI DI CUORE
Clay Regazzoni era un campione di cuore, il simbolo di un modo di guidare istintivo nel quale il coraggio contava quanto la capacità di mettere a punto una monoposto. E venendo più avanti nel tempo è giusto inserire nella lista anche Nigel Mansell: il Leone era in grado di dominare la Williams con un volante molto piccolo e dalla corona di grande diametro. Pretendeva una guida di forza, molto irruente e fisica rispetto a quella che prediligeva Ayrton Senna per esaltare la sua sensibilità alla guida.

I TEAM PAGANO ANCHE IL RISCHIO
Il funerale di Jules Bianchi domani a Nizza sarà un momento straziante per quei piloti del Circus che saranno alle esequie del giovane francese. La prematura fine di un talento che sognava di guidare la Ferrari indica che la morte è presente. Non si illuda Lewis Hamilton: gli oltre 30 milioni di euro all’anno che ha strappato alla Mercedes per il rinnovo triennale con la Stella, non sono il frutto solo del fatto che sia uno dei piloti più veloci del Circus o perché si è trasformato in un personaggio hollywoodiano, ma perché gli viene lautamente pagato il rischio che da sempre è insito nella sua professione.

LA STRETTA DI MANO AL BRIEFING
Certo, la Formula 1 ha beneficiato della tecnologia che ha permesso di migliorare drasticamente la sicurezza delle attuali monoposto: alla fine degli Anni ’50, inizi ‘60 c’era un direttore di corsa che alla fine del briefing del primo Gp stagionale pretendeva che tutti i piloti si salutassero con una stretta di mano. Insisteva perché si scambiassero un… segno di pace anche quelli che erano divisi da una profonda rivalità sportiva e non si parlavano fra loro: “…perché so che qualcuno di voi di questo schieramento non lo rivedrò all’ultima gara del campionato…”.

LA VISIONE DI COULTHARD E’ CORRETTA
Roba da brividi sulla schiena. Ma quella visione, per quanto cinica, era uno spaccato della realtà. E la Formula 1 se n’era dimenticata. Il dramma di Jules, quindi, deve far riflettere, al di là di colpe e responsabilità. Una volta tanto condividiamo quanto ha dichiarato David Coulthard. Lo scozzese era stato infame nelle deposizioni al processo sulla morte di Ayrton e non ha mai riscosso la nostra simpatia: “L’incidente di Jules è successo su una delle piste storiche, con le condizioni più difficili, perché pioveva, c'era poca luce e si trattava di una curva impegnativa e senza visuale. Sicuramente è meno probabile che accada su una pista di nuova generazione, perché sono più piatte e con via di fuga ampie. Ma senza dubbio per i piloti c'è meno piacere a guidare rispetto a una pista come Suzuka. Non perché pensano che la morte faccia parte del gioco, ma perché sanno benissimo che su questo genere di tracciati un errore si paga. Invece di finire largo e rientrare in pista puoi arrivare a sbattere e danneggiare la macchina e farti male. E anche se si esce illesi, qualsiasi incidente può far… male in tanti modi, credetemi".

BASTA CHIEDERE AD ALONSO
Forse bisognerebbe chiedere a Fernando Alonso, dopo il misterioso crash nei test di Barcellona con la McLaren-Honda: lo spagnolo deve aver scoperto sulla sua pelle cosa significa rischiare grosso anche con un botto a bassa velocità, per giunta banale nella sua dinamica. Vedremo un’altra Formula 1 in Ungheria?

 

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