Dakar, Sven Quandt: "Questa è la gara che amo!"

Il titolare del team X-raid che fa correre le Mini ammette che non è facile dosare le difficoltà del percorso

Dakar, Sven Quandt:
Sven Quandt è il patron del team X-raid. Pilota negli anni Novanta con le vetture del Geco Raid, da diversi anni il tedesco ha abbandonato il volante nei rally raid per concentrarsi nella gestione del suo team che è venuto via via crescendo negli anni, fino ad arrivare a essere il top team nella categoria auto con le Mini. Si aspettava una Dakar 2014 così impegnativa? “Penso che questa sia la vera Dakar, quella che io amo. Penso che sia chiaro a tutti. Ognuno ha potuto vedere negli anni scorsi che in Sud America si correva una gara più facile rispetto a quelle africane, ma quest'anno direi che gli organizzatori hanno dimostrato come sia possibile mettere in piedi una bella gara anche in questi Paesi. In effetti, forse in uno o due giorni la gara è stata molto dura, per alcuni piloti più che per altri. Credo che l'organizzazione non fosse in grado di prevedere che ci sarebbero state temperature così alte, al di sopra dei 40 gradi. Penso sia positivo mostrare al mondo una Dakar così difficile e, soprattutto, far capire che non tutti sono in grado di portarla a termine”. Non c’è il rischio che qualcuno si spaventi per le difficoltà estreme? “Il lato negativo di tutto questo è che forse qualcuno quest'anno si spaventerà, penserà che questa gara sia troppo difficile e non tornerà. Questo, forse, potrebbe ritorcersi contro l'organizzazione...”. Ma la Dakar deve essere una gara che fa selezione? “E' vero, però, bisogna trovare un giusto compromesso, magari alternare una Dakar molto difficile a una meno difficile, potrebbe essere una soluzione. In fondo in Africa era così, non era sempre la stessa cosa. Ma il modo in cui è stata gestita ogni tappa, almeno fino a questo momento, penso sia stato molto buono”. Non siamo troppo d’accordo, Sven: se un anno si allestisce una Dakar facile, come quella del 2013, è ovvio che l'anno dopo vengano piloti poco preparati perché pensano che si tratti di una competizione facile, e poi si trovano di fronte a qualcosa di troppo complicato per loro... “Direi che non possiamo assolutamente fare un confronto fra la Dakar 2013 con una gara normale. Basti pensare al primo anno in Sud America, il 2009. La tappa di Fiambalà fu un vero disastro e da quel momento tutti sanno che le tappe allestite intorno a Fiambalà sono molto difficili. Ora l’ASO ha più o meno tolto Fiambalà dal percorso della Dakar e ha cercato delle zone limitrofe in cui passare, ugualmente belle. Mantenere un livello costante, ogni anno, è davvero difficile perché ci sono incognite che non si conoscono in anticipo: le temperature, la pioggia, il vento, il livello dell'acqua. In Africa, per fare un esempio, difficilmente il livello dell'acqua nei guadi è mai aumentato, come invece avviene qui. Le circostanze nelle quali si corre in Sud America sono diverse per cui è difficile mantenere lo stesso livello ogni anno”. Trovare una soluzione non è facile? ”Chi decide di partecipare deve mettere nel conto almeno due edizioni della Dakar: solo così si avranno più chance di finire la gara. Si troverà un anno difficile e uno più semplice, ma almeno si potrà dire di aver vissuto la competizione fino alla fine. E questo è l'importante. In Africa in effetti era già così. Penso all'edizione del 1994: la Parigi-Dakar-Parigi che è stata anche la mia prima come pilota. Fu una prova molto impegnativa: la maggior parte delle vetture rimase insabbiata a metà gara e successe di tutto. Io riuscii a finirla perché per tutta la gara mi imposi di andare piano. Volevo essere sicuro di gestire qualsiasi situazione, ma quante erano state le vetture dei top team ad arrivare al traguardo? L'anno dopo, la competizione fu discretamente più facile”. Cosa ci dobbiamo aspettare in questa seconda settimana di gara? "Dobbiamo capire una cosa importante: se la seconda parte della gara sarà difficile come la prima e poi ci domanderemo se i piloti sapranno affrontare quello che li aspetta…”.

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